La Sardegna ha bisogno di una "Strategia Regionale per la Resilienza Demografica e la Rigenerazione Territoriale"
E gli strumenti per costruirla esistono già.
Recentemente ho riletto la “Strategia Regionale per lo Sviluppo Sostenibile della Regione Sardegna” (SRSvS), approvata con Deliberazione di Giunta nel 2021 e conosciuta ai più con il nome Sardegna2030.
È un documento che pochi conoscono e che quasi nessuno cita quando si parla di spopolamento, di comuni che si svuotano, di giovani che partono e non tornano.
Eppure, se lo si legge con attenzione, ci si trova davanti a qualcosa di inaspettatamente utile: un metodo, una struttura, una grammatica istituzionale che potrebbe essere applicata, con adattamenti mirati, proprio alla sfida demografica.
L’intuizione che voglio condividere in questo articolo ha implicazioni profonde:
La Sardegna non ha bisogno tanto di inventare da zero una strategia per la resilienza demografica, quanto di decidere che quella sfida merita lo stesso trattamento sistemico riservato al cambiamento climatico e allo sviluppo sostenibile. E poi agire di conseguenza.
Una premessa: la Sardegna sa costruire strategie
Prima di parlare di spopolamento, voglio fermarmi un momento su questo punto, perché è rilevante.
La Sardegna è tra le poche regioni italiane ad essersi dotata, negli ultimi anni, di strumenti strategici di respiro lungo e approccio integrato. La “Strategia Regionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici” (SRSvS), adottata nel 2019, è stata tra le prime in Italia. E’ un documento che non si limita a descrivere il problema climatico ma costruisce un quadro metodologico per orientare piani, programmi e decisioni di investimento in chiave di adattamento.
La SRACC è concepita come “processo quadro di orientamento della pianificazione e programmazione settoriale e territoriale regionale”, trasversale e non di settore.
Poi c’è quella citata nella mia intro, Sardegna2030. La SRSvS non è un piano settoriale. È descritta dai suoi stessi estensori come:
“Un processo continuo in evoluzione, una modalità costante di ragionamento integrato, un quadro di senso capace di creare cultura della relazione e di comprendere il sistema valoriale di riferimento”.
È stata costruita con un Gruppo di Lavoro Interassessoriale che ha coinvolto oltre 100 funzionari di tutti i 12 Assessorati regionali, attraverso circa 40 incontri di co-progettazione.
È stata poi aperta al territorio attraverso il Forum Regionale per lo Sviluppo Sostenibile, che ha coinvolto oltre 330 stakeholder tra enti locali, imprese, terzo settore e società civile.
Il risultato è una strategia articolata in:
5 aree tematiche (Sardegna più Intelligente, più Verde, più Connessa, più Sociale, più Vicina ai Cittadini)
con 34 obiettivi strategici regionali
oltre 80 macro-azioni, indicatori di monitoraggio e target quantificati al 2030, integrati con la programmazione europea dei Fondi SIE 2021-2027.
Dico tutto questo non per celebrare documenti, ma per un motivo preciso:
Questa capacità istituzionale esiste. Questa grammatica metodologica è già stata testata. Quello che manca è applicarla al problema demografico con la stessa convinzione con cui è stata applicata alla sostenibilità ambientale.
Lo spopolamento non è un problema demografico ma un rischio sistemico.
Spesso, quando si parla di spopolamento in Sardegna, il tono è quello della cronaca: altri dati Istat (o da altre fonti), altri comuni sotto i mille abitanti, altri servizi tagliati, altre scuole chiuse.
Come se il problema fosse semplicemente documentarsi meglio su qualcosa che si sta perdendo lentamente.
Ma lo spopolamento non è una tendenza da osservare. È un rischio sistemico che si alimenta e si moltiplica.
E lo dice anche, implicitamente, la Sardegna2030 stessa: nella sezione “Sardegna più Sociale”, uno degli obiettivi strategici è esplicitamente dedicato a
“creare opportunità lavorative e servizi alla popolazione nelle zone rurali per un benessere diffuso”
con linee di intervento che includono incentivi per non abbandonare le zone rurali, il potenziamento dei servizi di prossimità, l’edilizia agevolata, la creazione di spazi di aggregazione.
Nella stessa area, la strategia riconosce le fragilità strutturali del territorio sardo (un tasso NEET al 27,7% tra i giovani, un rischio di povertà o esclusione sociale al 28,1%, competenze digitali ancora deboli) e le connette esplicitamente agli obiettivi dell’Agenda ONU 2030.
Eppure, nonostante questo riconoscimento, lo spopolamento non è mai trattato come il filo rosso che attraversa tutto.
Viene citato, segnalato, affrontato per frammenti. Non diventa mai la lente principale attraverso cui leggere l’insieme.
Questo è il punto che mi permetto di sfidare.
Lo spopolamento non può essere un capitolo della strategia di sviluppo sostenibile. Dovrebbe essere una strategia a sé, con la stessa architettura, la stessa profondità, lo stesso investimento istituzionale.
Cosa sarebbe una “Strategia Regionale per la Resilienza Demografica”
Cerco ora di essere concreto, perché il rischio in queste discussioni è sempre quello di restare nella vaghezza dell’auspicio.
Quello che propongo non è un altro documento che elenca il problema ma uno strumento di governo che cambia il modo in cui la Regione ragiona e decide.
Mi ispiro esplicitamente al metodo con cui la Sardegna ha costruito la SRSvS, che è il riferimento più vicino (per struttura, approccio e ambizione) a ciò che serve.
1. Un atlante delle vulnerabilità territoriali
La Sardegna2030 ha costruito una “mappa di posizionamento” della Sardegna rispetto ai 17 Sustainable Development Goals (SDGs) dell’Agenda ONU 2030, confrontandosi con altre regioni italiane ed europee (es. Veneto, Marche, Sicilia, Fiandre, Paesi Baschi) su indicatori quantificati. È un lavoro serio, fondato su dati ISTAT, Eurostat e fonti certificate.
Una strategia demografica dovrebbe fare lo stesso per le fragilità territoriali. Non mi riferisco ad una “classifica di chi sta peggio”, ma una lettura strutturata delle ragioni per cui i luoghi diventano fragili:
Ad es. invecchiamento, assenza di servizi di prossimità, barriere abitative, disconnessione infrastrutturale, debolezza economica locale, isolamento sociale, capacità amministrativa limitata.
I comuni possono perdere abitanti per ragioni completamente diverse.
Uno manca di assistenza sanitaria di base.
Un altro ha un tessuto economico stagionale senza continuità.
Un terzo ha comunità vitali ma trasporti insufficienti.
e così via.
Una strategia ben fatta deve riconoscere queste differenze e costruire risposte differenziate.
2. Il demographic proofing delle politiche regionali
Uno dei principi fondanti della SRSvS è quello dell’integrazione tra politiche.
Il documento è esplicito: la sostenibilità
“Deve essere attuata attraverso una coerente integrazione tra le policy”.
Per questo, ogni obiettivo strategico della strategia è correlato ai programmi europei FESR e FSE+, al Programma Regionale di Sviluppo, alle pianificazioni settoriali.
Lo stesso principio dovrebbe applicarsi alla demografia. Ogni grande politica regionale (investimenti in infrastrutture, programmazione sanitaria, piano di edilizia scolastica, politiche abitative, fondi europei) dovrebbe rispondere a domande semplici, quali:
Questa scelta facilita o ostacola la possibilità di vivere in un territorio?
Rafforza i servizi essenziali?
Rende più accessibile l’abitare?
Aumenta la capacità di azione dei comuni piccoli o li lascia soli sulla carta?
Questo è il demographic proofing: una verifica sistematica, analoga alla verifica climatica già prevista dagli orientamenti europei, che la SRSvS cita esplicitamente nel contesto delle infrastrutture.
Se la Commissione europea ha stabilito che nessun progetto infrastrutturale può ignorare i rischi climatici, non c’è ragione per cui le politiche regionali non debbano integrare una valutazione di impatto demografico.
3. Una governance multilivello e multi-assessorile
Qui il modello SRSvS è il più diretto e trasferibile. La strategia di sviluppo sostenibile è stata costruita attorno a 3 livelli di governance:
Una Cabina di Regia istituzionale presieduta dall’Assessore delegato dal Presidente della Regione;
Un Gruppo di Lavoro Interassessoriale con oltre cento funzionari che ha prodotto il lavoro tecnico;
Un Forum Regionale aperto al territorio, agli enti locali, alle imprese, al terzo settore, alla società civile.
Questa architettura funziona perché riconosce che i problemi complessi non appartengono a un unico dipartimento. Lo spopolamento tocca la sanità, la scuola, i trasporti, il lavoro, l’edilizia, il digitale, la cultura, l’agricoltura, il welfare, il turismo, la pianificazione territoriale.
Non è gestibile da un assessorato solo, né con una legge sola, né con un bando solo.
Una “Strategia Regionale per la Resilienza Demografica e la Rigenerazione Territoriale” dovrebbe quindi prevedere:
un coordinamento inter-assessoriale permanente;
un sistema di indicatori condivisi e un osservatorio demografico territoriale;
piani locali di resilienza demografica co-progettati con i comuni e le unioni di comuni;
assistenza tecnica per i piccoli enti locali;
un collegamento esplicito con i fondi europei, il PNRR (o ciò che li succederà, se ci va bene) e le risorse nazionali per le aree interne.
4. Una distinzione tra livelli di risposta
Non tutte le misure hanno lo stesso peso.
La Sardegna2030 distingue tra obiettivi e linee di intervento, tra azioni immediate e obiettivi di sistema. Una strategia demografica dovrebbe fare lo stesso con ancora maggiore chiarezza.
Ci sono risposte incrementali: incentivi fiscali, bonus edilizi, sostegno alle famiglie, agevolazioni per il ritorno. Utili, ma insufficienti se non inserite in un quadro più ampio.
Ci sono risposte sistemiche: ridisegnare i modelli di erogazione dei servizi sanitari, scolastici, di trasporto e di welfare attorno alle geografie reali dei territori, non ai confini amministrativi storici. La SRSvS lo prevede esplicitamente: “Completamento e diffusione territoriale delle Case della Salute”, “Attivazione Ospedali di comunità”, “Realizzazione dell’integrazione socio sanitaria favorendo una più omogenea distribuzione dei servizi socio sanitari nel territorio regionale”. Ma questi obiettivi, slegati da una lettura demografica unitaria, rischiano di restare interventi settoriali anziché diventare pezzi di un progetto coerente.
E ci sono risposte trasformative: immaginare cosa possono diventare i paesi e le aree interne della Sardegna nei prossimi vent’anni. Non musei di sé stessi o riserve folkloristiche, ma luoghi capaci di ospitare nuove forme di vita, di lavoro, di cura, di produzione culturale e alimentare, di adattamento climatico, di sperimentazione sociale.
Restare, tornare, arrivare. Un cambio di prospettiva necessario.
C’è un elemento che la Sardegna2030, nei suoi limiti comprensibili, non affronta esplicitamente:
Il tema dell’identità demografica come qualcosa di aperto e in evoluzione.
Nella sezione dedicata alla coesione sociale, la strategia parla di
“interventi di integrazione sociale ed economica degli immigrati”
e di
“rafforzamento delle azioni di tutela e inclusione dei minori stranieri non accompagnati”.
Ma si tratta di frammenti, non di una visione.
Una strategia demografica deve invece affrontare la questione dell’appartenenza in modo più ambizioso.
La resilienza demografica non si costruisce solo cercando di “trattenere” (che parola difficile da digerire) chi è qui o di attrarre chi era qui. Si costruisce anche chiedendosi:
Chi può voler costruire una vita in Sardegna? E a quali condizioni?
Questo significa pensare in 3 direzioni simultanee.
Restare: rendere possibile e dignitoso il progetto di vita di chi è già qui, con servizi accessibili, lavoro, mobilità, relazioni, opportunità.
Tornare: creare percorsi reali per i sardi che vogliono rientrare, non solo incentivi economici ma ecosistemi di accoglienza, reti professionali, spazi fisici e istituzionali.
Arrivare: aprire una riflessione matura su chi può contribuire alla Sardegna senza esserci nato. Le persone possono appartenere a un luogo in molti modi: per nascita, per ritorno, per scelta, per contributo, per cura. Una strategia demografica matura deve saperlo riconoscere.
Qui la Sardegna potrebbe imparare sia da best practice che da worst practice che emergono da esperienze europee già avanzate: i programmi di active welcoming irlandesi, le politiche di attrazione di lavoratori da remoto in Portogallo, i village renewal programs della Norvegia, le cooperative di comunità sviluppate in aree rurali scozzesi, e così via.
L’approccio e l’intento non dovrebbero essere quelli di importare modelli facendo copia/incolla, ma trarne ispirazione nella costruzione di qualcosa di proprio.
L’infrastruttura non basta. Serve anche quella sociale.
Un punto su cui la Sardegna2030 è esplicita e che va sottolineato: il documento riconosce il valore delle infrastrutture sociali, quindi non solo strade, ospedali e connettività digitale ma associazioni, spazi culturali, reti comunitarie, iniziative intergenerazionali.
Nella “Carta dei Valori del Forum Regionale”, si legge che:
“la sostenibilità si basa sull’attivazione della dimensione locale, livello in cui è possibile definire una strategia di sviluppo sostenibile in grado di riflettere gli effettivi bisogni e le opportunità specifiche del territorio”.
E ancora:
“l’interazione costruttiva con le comunità migliora la qualità delle scelte pubbliche”.
Queste parole descrivono esattamente ciò di cui hanno bisogno i territori fragili: non solo servizi, ma la sensazione che la propria presenza conti.
Le persone non restano, non tornano, non arrivano solo perché esiste un incentivo economico. Restano perché riescono a immaginare una vita, e immaginare una vita in un luogo richiede relazioni, fiducia, storie, bellezza, senso di futuro.
Una strategia demografica deve quindi occuparsi seriamente di infrastruttura sociale, e non come “accessori del welfare” ma come condizioni fondamentali dell’abitare.
La domanda che cambia tutto
C’è una differenza sottile ma molto rilevante tra due modi di impostare il problema.
Il primo chiede:
“Come salviamo i paesi che stanno morendo?”
Il secondo chiede:
“Quali condizioni permettono alle persone di costruire vite significative in tutta la Sardegna?”
La seconda domanda è meno difensiva e meno nostalgica, ma più rispettosa delle persone che vivono o vogliono vivere nei territori.
E richiede una risposta più ambiziosa.
La Sardegna2030 ha scelto, nel 2021, di descrivere la Sardegna che vuole essere nel 2030:
“Sardegna + Intelligente, + Verde, + Connessa, + Sociale, + Vicina ai Cittadini”.
Sono 5 profili di futuro, non 5 diagnosi di un passato da conservare.
Una “Strategia per la Resilienza Demografica” dovrebbe fare lo stesso.
Non “come rallentiamo il declino” ma “come progettiamo nuove condizioni di vita”.
Non “come tratteniamo i giovani” ma “come costruiamo un’isola in cui i giovani vogliono stare, anche quelli che non c’erano mai stati prima”.
Un’opportunità che non possiamo permetterci di perdere
La Sardegna si trova in una congiuntura che può diventare o un’occasione o un rimpianto.
I fondi europei 2021-2027 (FESR, FSE+, FEASR) sono disponibili. Il PNRR ha (o aveva, viste le tempistiche) risorse destinate alle aree interne e alla coesione territoriale. Il Just Transition Fund ha (aveva) già allocato risorse per il Sulcis-Iglesiente. L’Agenda 2030 fornisce un quadro di obiettivi condivisi.
La SRSvS esiste e funziona come struttura di integrazione tra queste fonti.
Il rischio è usare questi strumenti in modo frammentato: tanti bandi, tanti progetti, tante misure, senza una direzione comune. Come dice la stessa Sardegna2030:
“Senza una comunità pacifica e inclusiva e una governance efficace, lo sviluppo non può esserci”.
La governance è la parola chiave. E la governance demografica è ancora mancante.
Una proposta aperta
Quello che propongo, concretamente, è che la Regione Sardegna avvii il processo per costruire una “Strategia Regionale per la Resilienza Demografica e la Rigenerazione Territoriale” (il nome, come sempre, è negoziabile e qui serve a scopo esplicativo) seguendo l’impianto metodologico già testato con la SRSvS.
Questo significa:
Avviare un processo inter-assessoriale con un Gruppo di Lavoro dedicato, che mappi le politiche esistenti rispetto al loro impatto demografico, esattamente come la SRSvS ha mappato le 400 misure regionali rispetto agli SDGs.
Costruire un atlante delle vulnerabilità territoriali basato su dati e indicatori, che permetta di leggere le differenze tra i territori e calibrare le risposte.
Aprire un Forum permanente per la resilienza demografica che coinvolga comuni, unioni di comuni, università, associazioni, comunità, imprese, scuole, operatori sanitari e società civile (sul modello del Forum Regionale per lo Sviluppo Sostenibile).
Integrare esplicitamente la dimensione demografica nella programmazione delle risorse europee e nazionali per il periodo 2025-2027 e nella preparazione del ciclo successivo.
Adottare il demographic proofing come prassi ordinaria: ogni politica regionale rilevante deve rispondere alla domanda “rafforza o indebolisce la possibilità di vivere in questo territorio?”
Chi può contribuire
Questo articolo è anche una chiamata.
Se lavori in un comune sardo, grande o piccolo, e stai affrontando questa sfida ogni giorno, la tua esperienza è preziosa.
Se sei un urbanista, un pianificatore territoriale, un demografo, un economista dello sviluppo locale, o lavori nelle scienze sociali, la tua competenza è necessaria.
Se sei un imprenditore, un cooperatore, un animatore culturale, un operatore del terzo settore che ha costruito o vuole costruire qualcosa in un territorio fragile, il tuo esempio conta.
Se sei un sardo fuori dall’isola che ci pensa, o una persona che ha scelto (o vorrebbe scegliere) la Sardegna senza esserci nata, la tua prospettiva è parte del problema e della soluzione.
Il processo che immagino non è top-down. Non nasce da un solo assessorato che produce un documento. Nasce da una comunità di persone che ritengono che questa sfida meriti sforzo collettivo, pensiero serio, e l’ambizione di costruire non solo politiche migliori, ma una Sardegna in cui valga la pena vivere in tutti i suoi territori, non solo nelle sue coste.
La Strategia Sardegna2030 ha dimostrato che è possibile costruire qualcosa di grande quando si lavora insieme, con metodo, con tempo, con rispetto delle differenze.
Quella lezione va applicata qui.
Federico Esu è fondatore di NODI, si occupa di innovazione strategica e sistemica, supporto alle imprese e costruzione di ecosistemi dell’innovazione. È avvocato europeo (LL.M UCL) e ha conseguito un Executive MBA alla SDA Bocconi. Vive e lavora tra la Sardegna e l’Europa.
Note sui documenti citati
La SRSvS - Strategia Regionale per lo Sviluppo Sostenibile (Deliberazione di Giunta Regionale n. 39/56 dell’8 ottobre 2021) è disponibile sul sito della Regione Sardegna. È strutturata in cinque aree tematiche, 34 obiettivi strategici regionali e oltre 400 azioni, con un sistema di monitoraggio basato su indicatori ISTAT, Eurostat e ASviS. È il principale strumento di integrazione tra le politiche regionali e la programmazione dei fondi europei SIE 2021-2027.
La SRACC - Strategia Regionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici è stata adottata con D.G.R. n. 6/50 del 5 febbraio 2019. È concepita come quadro metodologico per orientare la pianificazione settoriale e territoriale regionale in chiave di adattamento, con proiezioni climatiche al 2050 e al 2100.

